Notizie 'un pò nascoste' sugli ormoni

 

 

 

 

 
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- Ancora dubbi sugli ormoni - menopausa

- Anticoncezionali - una sentenza

- Terapia sostitutiva ormonale

- Farmaci: quello che le multinazionali non ci dicono

 

 

 

 

Ancora dubbi sugli ormoni

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MENOPAUSA: Ora si scopre che non proteggono ma addirittura causano il declino cognitivo.

 di Gianna Milano

  

La «soap opera» sul ruolo degli ormoni in menopausa continua. E si spera che giunga a una fine. Sino a pochi anni fa gli studi suggerivano che la terapia ormonale sostitutiva (Tos) aiutasse la memoria e proteggesse, più avanti, dalla demenza senile.

Il fatto di supplire al calo della produzione soprattutto di estrogeni rallentava il declino mentale dopo la menopausa. Questa almeno era l'idea quando si pensava che gli ormoni fossero la soluzione per tutti i problemi della donna di mezza età. Ora le ultime ricerche, di cui riferisce Nature, dicono che la neurochimica che governa il rapporto fra gli organi sessuali e il cervello è più complessa. E che i benefici, se mai ci fossero, dipendono da quando gli ormoni vengono presi.

«Su un cervello relativamente sano e giovane, la terapia sostitutiva ormonale potrebbe proteggere da danni futuri, ma su un cervello già in declino il rischio è di peggiorare le cose» avverte Andrea Gore, neuroendocrinologa all'Università del Texas ad Austin. L'ipotesi avanzata è che ci possa essere una fase critica entro la quale gli estrogeni potrebbero avere un effetto benefico sulle funzioni cognitive. Ma solo in quella.

Già nel 2003 uno degli studi più vasti sugli ormoni in menopausa, il Women's health initiative (Whi), aveva segnalato, nel campione di donne fra 65-79 anni, oltre a un incremento dei casi di tumore al seno, infarto, ictus e trombosi, un rischio maggiore di demenza. Contraddicendo studi preliminari, il cervello non traeva alcun beneficio.

Che ci siano sostanze che hanno un impatto diverso sull'organismo a seconda dell'età non è cosa nuova. Già anni fa c'era stato il caso del carotene, precursore della vitamina A. Gli si riconosceva la capacità di proteggere l'organismo dai processi ossidativi provocati dai radicali liberi, il cui ruolo in molte patologie è noto.

«Quando il carotene è stato somministrato ad alte dosi, in uno studio clinico a forti fumatori che avevano già probabilmente in corso processi neoplastici, anziché farli regredire gli antiossidanti hanno favorito lo sviluppo del tumore al polmone» spiega Silvia Franceschi, epidemiologa allo Iarc di Lione.

Se i benefici degli ormoni al cervello delle donne in menopausa sono legati alla tempistica con cui sono assunti (timing), ciò non risolve la questione del se» prenderli e per quanto. Di solito nel mondo occidentale si entra in menopausa verso i 51 anni. Le donne che iniziano la terapia ormonale attorno a questa età potrebbero ridurre il rischio di demenza senile» ritiene Poter Schmidt del National institute of mental health, di Bethesda. Ma per quanti anni andrebbero presi perché i neuroni ne abbiano beneficio e senza esporsi a rischi maggiori, come tumore al seno e infarto?

«Se le cellule sane sono protette dagli estrogeni, su quelle malate, come in un primo stadio di Alzheimer, i danni sono accelerati» spiega Roberta Brinton, dell'Università of Southern California, a Los Angeles. Oggi a chi decide di assumere ormoni si raccomanda di farlo di farlo per breve tempo (non più dì cinque anni) e solo per contrastare i sintomi. Bisognerebbe trovare nuove molecole per bilanciare rischi e benefici. Ma non ci sono. Inoltre la questione potrebbe essere molto più complessa.

Come precisa Gore, la menopausa non dipende solo dal declino delle ovaie. E’ un processo a più stadi e le fluttuazioni ormonali coinvolgono l'ipotalamo, alla base del cervello, e la ghiandola pituitaria. «Le comunicazioni. tra ovaie e ipotalamo si affievoliscono con l'età, e a quanto pare la senescenza ipotalamica innesca il declino mentale collegato alla menopausa anni prima che i deficit di apprendimento e memoria diventino evidenti».

Come interpretare questo accanirsi della ricerca? Il mercato ha convinto molte donne che la menopausa non è una fase naturale della vita ma una malattia da perdita di ormoni, e sta cercando ora  nuove strade. 

Tratto da PANORAMA 22.03.2007 www.panorama.it

 

Logiche di mercato

Tante donne si sono lasciate convincere che la menopausa è una malattia… ma…

 

La menopausa Non è una malattia

Nonostante le profonde trasformazioni ormonali ed organiche, appare evidente che la menopausa non è una malattia, ma un’evoluzione normale e fisiologica del sistema riproduttivo femminile. E quindi come tale deve essere vissuta. In alcune donne si può manifestare senza sintomi apparenti, in altre possono comparire disturbi legati principalmente al deficit di estrogeni ed alle risposte del sistema nervoso autonomo. L’instabilità vasomotoria, tipica di questo periodo, può provocare vampate e sudorazione, possono comparire nervosismo, affaticabilità, depressione, irritabilità, insonnia, palpitazioni, intorpidimento e formicolii. Inoltre, la pelle perde elasticità e diventa più secca; ed anche le mucose dei genitali tendono all’atrofia e diventano più secche. Con il tempo può comparire osteoporosi.

 

Il ruolo dell’alimentazione

Una sana e corretta alimentazione, con qualche particolare integrazione, può essere di grandissimo aiuto per vivere al meglio e senza troppi disturbi questa naturale fase della vita della donna. Numerose osservazioni epidemiologiche hanno evidenziato una minor incidenza dei disturbi tipici della menopausa, in particolare vampate, secchezza vaginale, atrofie tessutali, osteoporosi, arterosclerosi, tumori mammari, uterini e intestinali nelle popolazioni orientali la cui dieta è ricca in estratti della soia (salse, tofu, tempeh, latte, ecc.).

Continua a leggere qui: http://www.aamterranuova.it/article1451.htm

 

 

 

 

Anticoncezionali - una sentenza : Pillola dei sospetti

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Gli ormoni per la menopausa e la contraccezione sono stati classificati «cancerogeni»

di Gianna Milano  24/8/2005

 
 

La sentenza degli esperti, 21 di otto paesi diversi chiusi per una settimana in una stanza come la giuria di un processo, non lascia dubbi. E questa volta non ha possibilità di appello: i contraccettivi estroprogestinici sono carcinogeni di classe 1, ossia con evidenze sufficienti di cancerogenesi negli esseri umani. Dopo aver condotto un'analisi completa della letteratura scientifica sull'argomento, gli esaminatori dell'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) di Lione si sono espressi su pillola contraccettiva e terapia ormonale sostitutiva (Tos) in menopausa.

La prima, la pillola, aumenta il rischio di tumore alla mammella del 20 per cento e raddoppia quello di sviluppare il cancro del collo dell'utero, aggravando l'effetto cancerogeno del papilloma virus che ne è la causa principale. «Il rischio diventa trascurabile dopo cinque anni che si è smesso di prendere la pillola, dopo dieci torna a essere uguale a quello delle donne che non ne hanno mai fatto uso» dice Silvia Franceschi, dello Iarc, che ha partecipato al gruppo di esperti.

Inoltre la pillola fa crescere il rischio di cancro al fegato in donne non portatrici di epatite B o C. Per fortuna, sono tumori rarissimi. La seconda, la terapia estroprogestinica, accresce la possibilità di sviluppare cancro al seno e dell'endometrio, la mucosa che riveste la parete uterina. «In tal caso il rischio di tumore alla mammella è in correlazione alla durata della terapia: è vicino a 2, ossia raddoppia, per un uso di 5-10 anni. Ed è minore nelle donne che utilizzano un'ormonoterapia che si basi solo su estrogeni».

La monografia redatta dagli esperti dello Iarc sarà pubblicata tra alcuni mesi, ma è ora disponibile sul sito del centro francese. Come interpretarne le conclusioni? Più di 100 milioni di donne al mondo prendono la pillola (nella versione combinata di estrogeni e progestinici), ossia il 10 per cento delle donne in età fertile. In Italia si calcola che 2,6 milioni di donne seguano la contraccezione ormonale. Ed è difficile pensare che nel mondo occidentale, dove la pillola ha disgiunto la procreazione dalla sessualità contribuendo alla liberazione femminile, se ne fermi il cammino.

Già nel 1996 un ampio studio su Lancet (53 mila donne con tumore al seno comparate a un gruppo di controllo di 100 mila di pari età) aveva concluso che tra quelle che prendevano la pillola il rischio di tumore era maggiore, ma non fu attribuito alla pillola stessa. Oggi le conclusioni sono univoche. «Anche se resta difficile stabilire un rapporto rischio/beneficio.

Se una donna italiana tra 20 e 35 anni prende la pillola, forse il bilancio può chiudersi a favore di questo anticoncezionale» dice Franceschi. «Le dà una protezione contro il tumore di ovaio ed endometrio, durevole nel tempo, anche se aumenta il rischio di cancro al seno e alla cervice, che quando ha 40 anni torna a un valore normale, mentre continua a essere protetta per ovaio ed endometrio».

Ma queste considerazioni cambiano dopo i 40 anni, quando la probabilità di sviluppare tumore alla mammella comincia a diventare maggiore. «A questa età la prudenza e le cautele sull'uso degli estroprogestinici sono analoghe a quelle che deve avere una donna che segue la terapia ormonale sostitutiva in menopausa, a un'età in cui il rischio di tumore al seno è superiore» avverte Franceschi. Negli anni 80 si capì che la terapia ormonale in menopausa solo con estrogeni favoriva il tumore dell'endometrio.

«Negli anni 90 prevalse così la terapia estroprogestinica che permise di controllare questo tipo di cancro, ma aumentò il rischio di quello al seno, molto più diffuso dell'altro: nel Nord Italia è sette volte più frequente e al Sud cinque» aggiunge Franceschi. La medicina moderna ha creato l'illusione che gli ormoni in menopausa fossero la soluzione per tutti i problemi della donna di mezza età (in Italia l'8 per cento delle donne tra i 45 e i 55 anni ne fa un uso costante).

Interpretazione che ha spinto a usarli più dello stretto necessario. Già nel 2002 uno studio americano su 16.608 donne, che fa parte di un vasto programma di ricerca (160 mila volontarie), il Women's health initiative pubblicato su Jama, aveva incrinato la fede negli ormoni, mettendoli in relazione con un incremento di casi di cancro al seno, ma anche di infarti, trombosi venose e ictus. Ora il verdetto dello Iarc ribadisce l'invito alla cautela.

 

 

 

 

Terapia sostitutiva ormonale  TOS

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tratto da PANORAMA del 25.02.2005

 

Nel 2002 uno studio su 16 mila donne, il Women's health initiative (Whi), che prendevano ormoni (estro-progestinici) in menopausa è stato interrotto prima della data prevista, il 2005, dopo 5 anni e due mesi: l'assunzione in dosi fisse di questa combinazione di ormoni ha evidenziato che i rischi erano superiori ai benefici: aumento di ictus, trombosi venosa, embolia polmonare e tumore al seno.

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Farmaci: Quello che le multinazinazionali non ci dicono

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Sorvegliati speciali

 

Medicinali di nuova generazione che invece di essere migliori dei vecchi si rivelano potenziali killer. Come si è arrivati a questo punto? Il caso Vioxx non è unico, ha svelato retroscena di negligenze, controlli insufficienti e colpevoli silenzi.

di Gianna Milano e Chiara Palmerini  25/2/2005

 

 Audrey Eisen, newyorkese di 64 anni malata di artrite, era appena ritornata dalla farmacia con una confezione di Aleve lo scorso dicembre quando, accendendo il computer, lesse la notizia che il farmaco provocava infarti. In quattro mesi, da quando il Vioxx è stato ritirato dal commercio dalla stessa industria produttrice, la Merck, sempre perché ritenuto rischioso per il cuore, Eisen aveva già cambiato tre medicine. E anche sulla seconda, il Celebrex, si sono abbattuti i sospetti che possa avere gravi effetti collaterali. La signora Eisen, professoressa in pensione, ha riportato in farmacia l'ultima confezione acquistata. Le altre erano già finite nel gabinetto.

Come Audrey Eisen, fotografata nella sua bella casa sul New York Times sotto un titolo che recita «Vioxx. Celebrex. Ora Aleve. Che cosa deve pensare un paziente?», si saranno sentite migliaia di altre persone, in tutto il mondo, che da mesi o da anni si affidano ad antidolorifici ritenuti migliori di quelli di vecchia generazione come l'aspirina perché fanno lo stesso lavoro, senza però causare mal di stomaco e ulcere. O quelli che, nell'estate di quattro anni fa, hanno sentito delle morti attribuite al Lipobay, nuova statina anticolesterolo? O quelli che leggono degli antidepressivi che invece di far uscire dal tunnel dell'angoscia favoriscono comportamenti suicidi?

Già, che cosa deve pensare un paziente, convinto di prendere le medicine per stare meglio, cui viene detto che quelle stesse medicine sono invece potenziali killer? «Che il caso Vioxx ha fatto esplodere una serie di problemi che erano già stati sollevati sulla sicurezza dei farmaci» risponde Silvio Garattini, direttore dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano. «Si ha la netta impressione che siano un po' troppi quelli che arrivano sul mercato come medicine innovative, ottimamente tollerate, di cui nel giro di pochi anni o addirittura mesi si scoprono controindicazioni, e che subiscono restrizioni, fino alla sospensione».

Il caso del Vioxx ha messo in luce verità nascoste del mondo dei farmaci, legami pressoché inestricabili tra chi produce le medicine, chi dovrebbe valutarne l'efficacia e i rischi, chi regolamenta la loro commercializzazione e chi li prescrive. Al processo a porte aperte che si è svolto la scorsa settimana nella sala da ballo di un albergo di Washington sono state messe sotto accusa carenze e negligenze da parte della Food and drug administration, l'ente americano che regolamenta e controlla i farmaci. Tra gli accusatori più accaniti c'era David Graham, scienziato, che lavora alla stessa Fda, secondo il quale né l'agenzia pubblica né l'azienda produttrice del Vioxx, la Merck, hanno fatto nulla per allertare sui rischi legati all'uso del farmaco, noti già dal 2000. Un comitato di esperti dell'Fda ha votato con uno stretto margine, 17 voti contro 15, per il ritorno sul mercato del medicinale, con l'aggiunta però di nuove restrizioni su dosi e durata della terapia, e ha sollecitato cautele aggiuntive e limiti alla pubblicità per farmaci analoghi come Celebrex e Bextra della Pfizer. Ora si attende di vedere se la Fda avallerà queste raccomandazioni.

In Europa, l'Agenzia del farmaco (Emea), dopo due anni di discussioni iniziate quando comparvero i primi studi allarmanti su questi antinfiammatori chiamati Coxib, all'inizio del 2004 decise di inserire nei foglietti illustrativi precauzioni che più di recente sono diventate chiare controindicazioni per chi è a rischio di infarto e ictus. L'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha accolto questa decisione. «La vera domanda che non si è fatta in questi giorni è come mai è l'industria che ritira il farmaco, come è accaduto anche per la cerivastatina della Bayer, e non le agenzie regolatorie. Una distrazione oppure è il sistema che non funziona?» si chiede Garattini, che ha fatto parte dell'Emea per sette anni. «Chi approva i farmaci non è nelle migliori condizioni per decidere di ritirarli. È una specie di conflitto di interessi psicologico: si cerca sempre di trovare una soluzione che non sia estrema, come correggere i foglietti illustrativi». Alla fine, queste restano iniziative formali, una specie di alibi: noi ve l'abbiamo detto, se poi voi non leggete...

Secondo Garattini, è necessario creare un organismo di controllo sui farmaci super partes, più attento ai danni, che vigili e che quando cominciano ad accumularsi dati preoccupanti ne dia informazione ai medici e al pubblico. Un organismo analogo a quello che, dopo gli ultimi scandali, si vuole organizzare negli Stati Uniti, il Drug safety oversight board. Questa mossa servirebbe anche a correggere un'altra anomalia: l'Emea, che deve tutelare la salute di milioni di persone in Europa, dipende dalla direzione Industria e non da quella della Sanità. «Il sospetto è che prevalgano i desiderata dell'industria nelle decisioni prese sui farmaci. Che tra l'altro non devono essere neppure motivate pubblicamente. Le ragioni di chi vota no restano segrete».

 

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